Claudia Laricchia

  • Se la popolazione continuerà a crescere al tasso attuale, entro il 2050 le previsioni dicono che dovremo produrre il 60% di cibo in più rispetto al livello attuale per poter sfamare i 10 miliardi di individui che popoleranno il pianeta
  • Oggi 800 milioni di persone non hanno accesso ad acqua pulita e 2.5 miliardi di persone non dispongono di impianti sanitari
  • 1.9 miliardi di adulti nel 2016 risultavano sovrappeso mentre 815 milioni di persone risultavano malnutrite (di cui 150 milioni di bambini)
  • La popolazione mondiale spreca 1/3 di tutto il cibo che produce: 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato,3,3 miliardi di GHG prodotti, 750 miliardi di dollari buttati.
  • Entro il 2050, 143 milioni di persone dovranno migrare dal loro paese di origine per colpa delle conseguenze dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali correlati.

La relazione che lega cibo, clima ed innovazione non è immediata, ma prendere consapevolezza della complessità di questo sistema è il punto di partenza per migliorare come esseri umani prima ancora che come consumatori, produttori, scienziati o imprenditori.

Il circolo vizioso che abbiamo creato e mantenuto partendo dall’errata credenza che le risorse di questo pianeta siano sacrificabili all’infinito in funzione della crescita o forse semplicemente del vuoto consumo ha colpito anche il cibo che anzi più di altri beni determina un paradosso spaventoso: Mangiamo quello che inquiniamo e inquiniamo mangiando. Il cibo è vittima e carnefice allo stesso tempo dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici. Vittima perché eventi climatici estremi, degenerazione del ciclo dell’acqua, dovuta all’inquinamento atmosferico e all’acidificazione dei mari, aumento della temperatura media globale, qualità dell’aria sono tutti fattori che influenzano ed impattano pesantemente sulla produzione e sulla biodiversità, sulla sicurezza alimentare (Si stima per esempio che il calo della produzione agricola mondiale, a causa dei cambiamenti climatici, si attesterà nel 2080 tra i 190 miliardi di dollari e i 40 miliardi di dollari all’anno).

Ma il cibo è anche carnefice e tra i primi responsabili dell’impatto umano sull’ambiente. Il cibo che mangiamo viene prodotto, raccolto, processato, trasportato e solo infine consumato. Ogni passaggio della catena genera gas serra che si riversano nell’atmosfera (Si stima che più del 20% del gas serra globalmente prodotto sia causato da agricoltura intensiva e che il miliardo e 300.000 tonnellate di cibo che sprechiamo ogni anno sia responsabile della produzione di più di 3 miliardi di tonnellate di gas serra) e anche l’impatto su una risorsa essenziale come l’acqua è notevole visto che si stima che circa il 70% dell’acqua potabile venga utilizzato per l’irrigazione dei campi e che le proteine animali che consumiamo abitualmente siano scarsamente efficienti dal punto di vista ambientale (15.000 litri di acqua per produrre 1 kg di carne bovina; 4.800 litri di acqua per produrre 1 kg di maiale e 3.900 litri di acqua per produrre 1 kg di carne di pollame).

Non dobbiamo però reagire con paura, la relazione che lega cibo e clima permette anche di poter impattare in maniera positiva su uno agendo sull’altro ed è per questo che possiamo dire che il cambiamento climatico è alla fine della forchetta con cui mangiamo. Cominciare nel nostro piccolo quotidiano a fare scelte consapevoli è il primo passo per ribaltare il paradosso. I due pilastri che possono aiutarci come collettività in questo processo sono l’innovazione e l’educazione. La prima può rendere più efficiente ciascuna fase della food chain (per citare qualche esempio a riguardo pensiamo alla possibilità di ridurre gli sprechi di risorse nei campi tramite sensoristica, IoT e droni, migliorando al contempo la produzione sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo oppure tutte le innovazioni legate all’economia circolare che trasformano gli scarti in qualcosa di nuovo e di valore). La seconda può cambiare il nostro mindset e renderci persone che pensano come attivisti e agiscono come scienziati per migliorare l’unico pianeta che abbiamo.

Come dice Marc Buckley, imprenditore illuminato in campo agrifood oltre che climate leader, per un cambiamento vero non basta rallentare, dobbiamo invertire la nostra corsa.

Rallentare nella direzione sbagliata vuol dire comunque arrivare in un luogo diverso rispetto a quello che avremmo voluto.