Mauro Cresti

Sappiamo che un terzo della popolazione mondiale è sottoalimentata e noi riusciamo a buttare tanto cibo che potrebbe lenire molte sofferenze. Lo dice uno studio dell’Università di Edimburgo (Proff. Reay e S. Porter) su dati riferibili principalmente all’Unione Europea. Il 33% di frutta e verdura coltivate in Europa non riesce mai ad arrivare sugli scaffali dei supermercati perché troppo “brutta” o meglio non nei parametri standard minimi, 50 milioni di tonnellate di prodotti agricoli che vengono scartati ogni anno in tutta Europa perché non soddisfano i requisiti estetici; 4,5 milioni di tonnellate sono scartati dalla catena distributiva nel solo Regno Unito. L’impatto climatico della coltivazione di “cibo” che poi finisce sprecato è pari all’emissione di 400.000 automobili. Incoraggiare le popolazioni ad essere meno schizzinose nei confronti della frutta “brutta ma buona” potrebbe portare ad una notevole riduzione degli sprechi in un mondo che già butta via per motivi vari 1,6 miliardi di tonnellate di cibo (pari a un terzo della produzione totale) secondo le ultime stime del Boston Consulting Group recentemente rese note. In pratica è come buttare via 1,2 miliardi di dollari, più o meno due terzi del PIL italiano.

Dietro questi dati e notizie mi viene da dire che le regole imposte su alcuni prodotti alimentari sono fuori del tempo e non tengono conto dei bisogni della gente ponendo la loro attenzione sulle dimensioni ma poco sulla qualità e sull’educazione alimentare. Si dovrebbe invece programmare delle azioni di educazione alimentare verso i consumatori e nello stesso tempo adeguare la regolamentazione sulla qualità dei prodotti non secondo criteri estetici ma di sostanza. Un’altra considerazione che mi viene da fare riguarda le “regole” imposte dall’UE che mal si conciliano con le necessità delle popolazioni più povere e malnutrite.

Commento a una notizia pubblicata sul Corriere della Sera del 25 agosto 2018.