Massimo Nepi

La celebre frase attribuita a Albert Einstein “Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita” non sembra trovare riscontro in nessuna delle biografie sul grande scienziato e verosimilmente trattasi di una falsa affermazione diffusa da metà anni novanta. Tuttavia è del tutto fondato chiedersi quali sarebbero le conseguenze per l’uomo e più in generale per l’ecosistema Terra nel suo complesso visto che è ormai accertato il forte declino delle popolazioni naturali di api negli ultimi decenni. Le cause che concorrono a determinare tale fenomeno sono molteplici e riguardano i cambiamenti climatici (effetto serra ed aumento della temperatura media del pianeta), la degradazione degli habitat naturali (cambio d’uso del territorio, frammentazione delle aree naturali), l’uso di pesticidi in agricoltura (grande risonanza ha avuto il caso dei neonicotinoidi), l’intrusione di specie aliene (sia animali che vegetali), fenomeni che nel loro insieme provocano importanti effetti di rarefazione delle popolazioni di insetti e in particolare delle api selvatiche. La principale preoccupazione della comunità scientifica a tale riguardo risiede nel fatto che gli insetti, ed in particolare le api sia selvatiche che domestiche (Apis mellifera L.), sono i principali protagonisti di uno dei più importanti servizi ecosistemici: l’impollinazione delle piante, senza la quale queste ultime non potrebbero riprodursi sessualmente ovvero non potrebbero produrre frutti contenenti i preziosi semi, potenziali nuovi individui geneticamente diversi tra loro. Alterazioni di questo importante servizio inconsapevolmente svolto dalle api ed altri insetti impollinatori, non possono che avere un riscontro negativo sulle capacità riproduttive delle piante minacciando la loro capacità di mantenersi nel tempo e aumentandone quindi il rischio di estinzione. Tale rischio può avere una risonanza globale sul nostro pianeta, basti pensare che circa l’87% delle 294.000 specie di piante a fiore si affida agli insetti per la propria impollinazione e quindi dipendono dalla loro presenza ed abbondanza per la produzione di semi e nuovi individui. La diminuzione delle popolazioni naturali di piante, o addirittura l’estinzione di alcune o molte di esse, rappresenterebbe un’ulteriore fattore di erosione delle popolazioni di insetti in quanto la loro alimentazione ottimale è strettamente dipendente dalla diversità ed abbondanza delle specie di piante che forniscono loro risorse nutritive importantissime quali polline e nettare. Come per noi è importante avere una dieta quanto mai diversificata, così lo è anche per gli insetti che trovano inoltre nelle piante il luogo dove riprodursi, deporre le uova, allevare la prole o semplicemente rifugiarsi. Una delle principali preoccupazioni per il futuro della nostra specie risiede proprio nel valore nutritivo delle piante anche per l’uomo: più di un terzo di ciò che mangiamo, ovvero la maggior parte della grande varietà di frutti eduli, deriva dal servizio di impollinazione attuato dagli insetti e il raccolto di circa 1500 specie coltivate sulla Terra dipende dallo stesso fenomeno. Tale aspetto è ancora più pressante se si tiene conto che da una parte tali raccolti sono a rischio a causa del declino degli insetti impollinatori e dall’altra la richiesta di alimentazione da parte dell’uomo è in rapida crescita considerato che nel 2050 la popolazione mondiale sfiorerà i 10 miliardi. Come far fronte a questa serie di rischi? Ricercatori dell’Università di Harvard e dell’Istituto Nazionale per la Scienza e la Tecnologia Industriale Avanzata in Giappone stanno perfezionando dei micro-robot che dovrebbero essere in grado di sostituire gli insetti nel servizio di impollinazione. Sciami di api-robot potrebbero davvero in futuro assicurarci dei buoni raccolti? Pensare che l’efficienza raggiunta dagli impollinatori nel corso di milioni di anni di co-evoluzione con le piante possa essere uguagliata da creature artificiali realizzate negli ultimissimi anni sembra qualcosa che ha a che fare con la fantascienza piuttosto che un reale e ponderato tentativo di ridurre i rischi sopra riportati. Appare più probabile e ragionevole che un maggior rispetto dell’ambiente e delle risorse naturali applicato su scala globale e un parziale cambiamento dei nostri stili di vita possano nel lungo tempo portare ad una reversione dei fenomeni oggi in atto.