Claudio Milanesi

Quando i catechisti ci raccontavano della vita di Cristo e sotto Pasqua, enfatizzavano la sua crocefissione, ogni tanto riflettevo sul tipo di legno utilizzato per crocifiggerlo. Un quesito che nonostante le varie ricerche bibliografiche fatte anche da eminenti studiosi, per ora non ha trovato una razionale risposta. In tutto il vecchio mondo vi sono sparse innumerevoli reliquie dei legni della croce di Cristo e questi sono costituiti da essenze che vanno dal Rovere, Cedro, Cipresso, Pino, Ulivo e Betulla mentre le arboree più diffuse dell’area della Palestina (Caiola, Guarrera, Travaglini, Le piante della Bibbia, Gangemi, 2013) sono Fico, Cedro, Palma, Ulivo, Carrubo e Cipresso.

Interessanti sono le storie angiografiche della “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze (1228-1298), una raccolta di storie tramandate oralmente sin dall’antichità che costituiscono ancora oggi per gli storici dell’arte un riferimento essenziale per l’interpretazione di alcune iconografie religiose. Si racconta che Adamo nostro progenitore, orami divenuto mortale, convocò suo figlio Set pregandolo, per cercarne il perdono, di tornare da Michele, l’angelo che lo aveva scacciato dal paradiso terrestre. L’Arcangelo forse su disposizione del principale non volle perdonarlo anzi in uno scatto di raffinatezza escogitò una nuova punizione per Adamo giacché concesse a Set lo stesso seme dell’albero della vita da cui il padre aveva strappato il frutto proibito macchiando l’umanità del peccato originale e gli ordinò di collocarlo in bocca al padre al momento della sua sepoltura. Set che forse pensava che il seme potesse emendarci dai peccati, eseguì ciò che gli era stato ordinato. Dalla bocca di Adamo il seme germoglio e dopo cento anni era diventato un albero forte e vigoroso. Le vicende proseguono con re Salomone che fece abbattere l’albero per fabbricare le colonne del tempio ma il legname forse non stagionato era instabile, si allungava con l’umidità o si accorciava per siccità e fu utilizzato come materiale di recupero e riciclato in assi da ponteggio per l’attraversamento del fiume Kedron. Qua la regina di Saba mentre attraversò il ponte per incontrare Re Salomone ebbe una visione e cadde in ginocchio. Il Re preoccupato fece distruggere il ponte. Dopo mille anni e per effetto dei cambiamenti morfologici del terreno sopra le assi cadute dentro il fiume si era formata una polla d’acqua fresca che col tempo era divenuta “la piscina probatica” utilizzata dagli ebrei per lavare gli animali destinati al sacrificio e dove ogni tanto scendeva in volo lo stesso Arcangelo Michele per agitare le acque e per far guarire il primo che vi s’immergesse (vedi la piscina probatica di Sebastiano Conca, apside S.S. Annunziata, piazza del Duomo, Siena). Gli ebrei infine recuperarono le assi dell’albero e decisero di utilizzarle per la croce di Cristo.

L’affascinante racconto continua sino quasi ai tempi tardo-medioevali ma a noi interessa osservare alcuni dettagli del racconto fin qui narrato. Cerchiamo di individuare le essenze arboree longeve, leggere e robuste, in grado di resistere centinaia d’anni alle intemperie o alle acque temperate e ricche di microorganismi dei fiumi medio orientali e polle d’acqua e di generare i caratteristici frutti attraenti che hanno spinto i progenitori a macchiarsi del peccato originale. Mele e pere dai botanici sono considerati falsi frutti, vi sono i frutti carnosi dalla polpa molle e succosa delle ciliegie o i frutti secchi deiscenti che si aprono a maturità come le silique del carrubo o quelli indeiscenti come le ghiande, il nocciolo o le castagne.

Secondo la leggenda, l’albero d’Ulivo (Olea europaea L.) simbolo dell’alleanza con Dio, ha fibre ritorte e incurvate poiché gli era stato proposto di diventare il legno su cui Gesù sarebbe stato crocifisso e quindi dovrebbe essere scartato. Il cipresso (Cupressus L.) è l’albero tipico dei cimiteri, le sue radici scendono a fittone in profondità nella terra invece che svilupparsi in orizzontale ed è il simbolo della pace dopo la morte, resiste alle intemperie, i manufatti in cipresso hanno una durata quasi illimitata ma il frutto non sembra essere molto attraente. Duemila anni fa boschi di Cedro (Cedrus libani A. Rich.) ricoprivano il vicino Oriente, oggi sopravvivono poche centinaia di preziosi esemplari tra l’altro ricercati come materiale da costruzione e per la fabbricazione di navi, non ha frutti ma strobili femminili di consistenza legnosa che si sfaldano disperdendone i semi. La parte apicale della pigna rimane intatta ed ha una forma che ricorda una bellissima rosa in fiore. Il fico (Ficus carica L.), spesso declinato al femminile, il cui significato è ripreso da Dante nella Divina Commedia dell’inferno dove incontra Vanni Fucci un fosco brigante assimilato nella bolgia dei ladri “Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche….”. Il legno di palma tra i più pesanti e duri, ha fibre regolari prive di nodi e difetti è utilizzata per oggetti artistici, intarsio, porte soffitti e travi di antiche moschee. Il carrubo (Ceratonia siliqua L.) ha un fusto vigoroso, può raggiungere i 10 metri ed è molto longevo i cui frutti, chiamati carrube, presentano un baccello allungato contenente semi scuri tondeggianti, appiattiti e omogenei detti anche carati e utilizzati in passato come misura da raffrontare all’oro.

Esistono tanti antichi frammenti attribuiti alla croce di Cristo e come visto è impossibile stabilirne l’essenza è però bello fantasticare sui miti che avvolgono tali vicende.