Andrea Bonzi

Versatile e adatta a essere coltivata a climi e altitudini differenti, la patata faticò ad essere apprezzata sulle tavole europee. Il primo contatto avvenne con i colonizzatori spagnoli di Francisco Pizarro, verso la metà del XVI secolo: gli Inca – ma anche gli Aztechi -, infatti, conoscevano già questo tubero, originaria appunto dell’America meridionale. In Italia, la patata arriva nel 1564-65 grazie ai padri Carmelitani, ed è presente negli orti botanici Padova e di Verona.

Nonostante in molti ne caldeggiassero la coltivazione, la diffidenza delle popolazioni del Vecchio Continente era forte: un po’ perché mangiare qualcosa che cresceva sotto terra pareva bizzarro, un po’ perché alcuni assaggiavano le foglie e i frutti, rimanendone intossicati. Si sa, però, che la fame aguzza l’ingegno. E così, in situazioni di emergenza, la prudenza veniva messa da parte: prima in Irlanda (1663), poi a Parigi (1785), con la spaventosa carestia che spinse Luigi XVI a obbligare i propri contadini a coltivare la patata. Da lì è stato tutto in discesa: il tubero divenne uno dei principali alimenti delle classi più povere, rappresentando una risorsa irrinunciabile soprattutto per chi viveva nelle zone montagnose e più refrattarie all’ agricoltura (è presente addirittura in Groenlandia). La patata aveva infatti un’altra importante caratteristica: la possibilità di essere conservata per mesi senza deperire, proprietà utilissima in tempi di vacche magre.

Oggi, la patata è un elemento fondamentale della dieta. Si conoscono oltre 1.600 varietà di questo prodotto, che viene cucinato nei modi più diversi. Dalle frites abbinabili ad hamburger e tagliate di carne, i purè; dalle jacked potatoes alla tortilla spagnola. In Italia ne consumiamo circa 40 chili all’anno. Il nostro paese è nella particolare situazione di essere, allo stesso tempo, esportatore e importatore di patate. La bilancia commerciale, infatti, è negativa, ovvero consumiamo più patate di quelle che produciamo: nel 2016 ne abbiamo esportate un milione e 300mila quintali (per un valore di 65 milioni di euro) e ne abbiamo importate oltre 5 milioni e mezzo di quintali (con una spesa di 158 milioni di euro). Tra i principali Paesi a cui attingiamo c’è la Francia, che continua ad aumentare la superficie coltivata. Al contrario, il prodotto di punta per l’estero è la patata novella, ovvero quella non conservata, venduta fresca, che il nostro meridione ha saputo valorizzare sui mercati del Nord Europa. Sicilia (al primo posto con 1,3 milioni di quintali prodotti), Campania (0,8 milioni), Puglia e Sardegna, infatti, sono i principali coltivatori di patate primaticce, con una superficie lavorata di oltre 14mila ettari. La regione principale per la patata comune, invece, è l’Emilia-Romagna (2,3 milioni di quintali), seguita da Abruzzo (1,7 milioni), Campania (1,5), Veneto (1,2) e Calabria (1,1). Ogni zona ha le sue specificità: crescendo sotto terra, questo tubero assorbe le caratteristiche dell’ambiente circostante sia a livello di gusto sia come proprietà nutrizionali. Per questo si parla di veri e propri distretti di produzione. In Calabria, ad esempio, c’è la patata della Sila, che ha ottenuto il riconoscimento Igp dall’Ue. Stesso bollino per la patata rossa di Colfiorito, specialità tipica dell’Appennino umbro-marchigiano (portata – pare – dalle truppe napoleoniche nel XIX secolo durante il loro passaggio in Italia), che ogni agosto raccoglie migliaia di persone nella sagra omonima. L’Altopiano del Fucino, in Abruzzo, sfrutta superfici aziendali vaste e mezzi di coltivazione meccanizzati: un terzo è destinato al mercato della trasformazione. C’è l’Emilia-Romagna, con la varietà Primura riconosciuta con il marchio comunitario Patata di Bologna Dop. In Lazio, la produzione è concentrata nell’alto viterbese, che copre circa il 70 del totale regionale: a primeggiare è la varietà Monalisa. In Sicilia si fanno due cicli di coltivazione extrastagionali: Spunta e Sieglinde sono le due varietà base. La patata precoce è protagonista anche in Campania e in Puglia: gran parte della produzione viene esportata in Nord Europa. La pataticoltura del Trentino Alto Adige si è affermata come un importante fonte di reddito soprattutto nella Val di Non, grazie alla varietà scozzese Majestic. Infine in Veneto, tra le province di Padova, Vicenza e Verona, c’è una piccola località, Roveredo di Guà, che deve la sua notorietà alla patata dorata dei terreni rossi del Guà’. Questa regione è anche la prima produttrice di patata americana in Italia, tra le prime dieci culture al mondo, anche se per il nostro Paese se resta un prodotto di nicchia (con circa 13mila tonnellate coltivate all’anno).