Gianfranco Soldera

Continua la situazione climatica con abbondanza di piogge con questi dati che sono molto significativi:

MESI ANNI
2016 2017 2018
Gennaio 110 19 52
Febbraio 160 43 95
Marzo 52 27 127
Aprile 62 17 37
Maggio 78 25 154
Totale 462 131 465

Come emerge, il problema non è la quantità d’acqua ma quando viene, infatti la quantità di pioggia è pericolosa in aprile, maggio e giugno, mentre la maggior quantità di pioggia nei mesi di gennaio, febbraio e marzo è ininfluente. La notevole abbondanza di pioggia del 2018 (aprile/maggio: mm 291) – 2017 (aprile/maggio: mm 42), 2016 (aprile/maggio: mm 141) – che continua in giugno, porta a un notevole aumento di foglie con un’enorme possibilità di avere situazioni di pericolo per le malattie, soprattutto peronospora, ma anche Oidio; è pericoloso per la salute delle viti; con un accrescimento medio di una foglia al giorno dobbiamo lavorare moltissimo in vigna per la pulizia, la legatura dei tralci, la sfemminellatura, sempre operazioni solo manuali poiché non intendo in alcun modo usare macchine che possono toccare le viti.

Quest’anno, in considerazione della quantità di piogge autunnali, invernali e primaverili, ho deciso di non tagliare l’erba nei vigneti (salvo quella che poteva disturbare il cordone e le foglie) e ciò per far in modo che l’erba e i fiori consumassero l’acqua superficiale. Gli studiosi di meteorologia – voglio ricordare il Prof. Giampiero Maracchi, scienziato di livello mondiale, presidente dell’Accademia dei Georgofili, membro del comitato d’onore del Premio Soldera, mancato lo scorso marzo – da anni non riescono più a fare previsioni attendibili, se non a pochi giorni. Tutto ciò richiede una maggior capacità, attenzione, concentrazione al contadino, che ogni giorno è nella vigna; ma sarà sempre più difficile trovare contadini capaci e dotati di queste conoscenze, atte a ottenere un’uva che possa esser trasformata in vino, senza che la stessa abbia bisogno d’aiuti; questa è la grande sfida che ogni viticultore deve affrontare e, se i giovani non accetteranno d’impegnarsi a imparare per diventare contadini vignaioli, non potrà esserci futuro per i grandi vini italiani; ho affrontato questo tema dell’apprendistato giovanile ipotizzando una legge che tenesse conto di: valutazione ogni 6 mesi del miglioramento degli apprendisti (con relativa possibilità d’interrompere il rapporto), valendo ciò sia per l’azienda che per l’apprendista; controllo che l’azienda non utilizzi gli apprendisti al posto dei dipendenti normali; durata massima di 2/3 anni del periodo d’apprendistato; distacco dai contratti collettivi e aziendali, salvi i diritti fondamentali; regolamento separato per i rapporti coi sindacati, sia dei dipendenti che degli imprenditori: non si può pensare che le parti sindacali possono limitare l’utilizzo di uno strumento essenziale per dare lavoro, istruzione professionale e futuro ai giovani, dato che i costi saranno sostenuti da tutti i contribuenti. Io sarei pronto ad assumere immediatamente 5 giovani apprendisti (4 per la vigna e 1 per il giardino). Abbiamo continuato a rinfoltire le vigne, operazione molto importante, che necessita di massima attenzione sia per la scelta dei barbatelloni che per la preparazione ottimale del terreno.

Il biologo americano Scott Gilbert e la ricercatrice svedese Heijtz hanno pubblicato studi “sulla correlazione tra batteri intestinali e la salute della mente”, affermando inoltre: “È ormai certo che esiste un rapporto tra flora intestinale, elaborazione dello stress da parte del cervello e altre modalità comportamentali”. Scott Gilbert afferma “sicuramente possiamo già dire che alcuni neurotrasmettitori giocano un ruolo fondamentale. Soprattutto serotonina, dopamina e noradrenalina, che vengono prodotti dai batteri intestinali e immessi nel sangue.

Stiamo inoltre scoprendo effetti sul sistema nervoso della digestione dei carboidrati complessi nel duodeno”.

Evidentemente già i latini, che sostenevano “mente sana in corpo sano”, conoscevano l’importanza della salute. Ciò rafforza, se ce ne fosse bisogno, la convinzione che l’alimentazione naturale, senza additivi né conservanti, che rispetti i tempi della Natura e delle stagioni, è indispensabile perché l’uomo stia bene, sia nel fisico che nella mente. In questo momento così difficile della situazione politica ed economica italiana, vorrei ipotizzare ciò che ritengo importante per il futuro politico ed economico italiano:

  1. Identificare quali settori potranno contribuire allo sviluppo del Paese (non crescita, ma sviluppo: che è molto di più!) e sostenerli, anche finanziariamente, nei loro processi di modernizzazione e internazionalizzazione. Serve riconoscere che non tutte le industrie sono meritevoli di esser supportate alla stessa maniera, specie quando le risorse pubbliche sono scarse. Sarà la concorrenza a decidere la loro morte.
  2. Definire il livello desiderato di competizione per i settori ritenuti cruciali, non lasciando in questi casi tutto il potere al mercato. Perché non sempre più concorrenza significa maggior competitività e quindi efficienza: specialmente in industrie ad alta intensità di capitale dove contano la dimensione globale e il presidio della domanda interna.
  3. Puntare sul paradigma tecnologico di domani, non su quello che domina l’oggi, investendo – e facendo investire le imprese – massicciamente negli enti che sviluppano adesso la tecnologia che sarà industria domani. Ce ne sono tanti e di valore in Italia: l’Istituto italiano di tecnologia, i Politecnici, la Normale di Pisa…
  4. Spingere realmente le imprese medie a integrarsi tra loro e capitalizzarsi, utilizzando le leve fiscali disponibili (c’è l’imbarazzo della scelta!), tanto importante e strutturale è l’obiettivo. Solo con dimensioni accresciute e un solido patrimonio tecnologico le imprese italiane riusciranno a diventare “strumenti attivi” di politica industriale, con obiettivi ambiziosi e raggiungibili. Bisogna, infine, avere il coraggio di costruire una politica industriale nazionale. Non possiamo attenderci nulla dall’Europa, la struttura delle cui imprese viene organizzata dai “grandi gruppi dei vari Paesi spalleggiati vigorosamente dai proprio governi”, come metteva in guardia Marcello De Cecco già nel 1988… “Loro non hanno fatto e continuano a farlo ogni giorno. Noi no. Non nascondiamoci in modo ipocrita dietro il concetto – pericolosissimo per l’Italia – della politica industriale europea. Difendiamo ciò che abbiamo, d’accordo, ma smettiamo d’inseguire i decimali e prepariamo il futuro: se investiremo su uno sviluppo di medio periodo, solido e sostenibile, pagheremo il debito coi nostri nonni e i nostri nipoti ci ringrazieranno”.
  5. Io ipotizzerei la drastica diminuzione dei costi di tutti i servizi dello Stato, in modo da avere la disponibilità finanziaria per sostenere questi processi tecnologici ed economici sopracitati; e ciò mi ricorda i precedenti governi USA, dopo la crisi del New Deal e anche gli investimenti a Los Alamos con studi, ricerche e produzioni di tecnologie nuove, compresa quella atomica; con 100mila scienziati, anche emigrati da Germania e Italia, a seguito delle persecuzioni dei relativi governi negli anni Trenta, che hanno portato gli Stati Uniti d’America all’apice delle tecnologie mondiali.

Cosa ne pensate, che possiamo fare?

La qualità del vino, capitolo XXIV, in Oinos – Anno VII n.2, aprile-maggio-giugno 2018, pp. 93-94